Ambasciatore Formosa, l’Accademia della Crusca non si è espressa a favore dell’uso della parola “Kiev”

In un’indifendibile difesa dell’uso deliberato e ufficiale del toponimo “Kiev” da parte dell’ambasciata italiana in Ucraina, l’ambasciatore Carlo Formosa, che ne è a capo, in un suo commento personale ad un post sul profilo facebook dell’ambasciata in risposta ad una signora ucraina che in un commento precedente contestava l’uso di “Kiev” (traslitterazione dal russo) invece di “Kyiv” (traslitterazione dall’ucraino), richiama l’autorità linguistica dell’Accademia della Crusca, che, secondo l’ambasciatore, si sarebbe espressa a favore dell’uso di “Kiev”.

Ciò che dice l’ambasciatore non è vero.

Egli sostiene che “noi [l’ambasciata italiana in Ucraina] ci atteniamo a quanto suggerisce l’Accademia della Crusca, che è convenzionalmente considerata il custode ufficiale della lingua italiana. L’Accademia si è espressa a favore di mantenere Kiev in italiano, sostenendo che è un esonimo storicamente radicato”.

In realtà, come peraltro gli è già stato fatto notare in un altro commento al suo post, l’Accademia della Crusca non suggerisce ciò che l’ambasciatore sostiene, bensì, (quasi) al contrario, nell’unica presa di posizione pubblicata sul punto ammette, all’insegna di cautela e possibilismo, la parità delle due forme: “la situazione sembra pertanto invitare a considerare tanto Kiev quanto Kyjiv endonimi e come tali di pari prestigio politico e sociale. La scelta di un parlante italiano, o comunque non locale, potrebbe essere quella di ricorrere all’uso di entrambe le forme, almeno la prima volta che in un testo si citi il nome, ponendole in qualsiasi ordine e separandole a seconda delle preferenze con barra obliqua, trattino o chiudendo tra parentesi l’una o l’altra”.

Peraltro l’Accademia della Crusca specifica subito dopo che la forma “Kiev” potrebbe essere utilizzata “in via subordinata”. Risulta non chiaro se l’espressione “in via subordinata” utilizzata dalla Crusca vada riferita all’opzione dell’uso di qualsiasi delle due forme (“Kiev” o “Kyiv”), ritenuta secondaria rispetto a quella principale a forme unite (“Kyiv-Kiev”), ovvero la Crusca intenda una subordinazione generale di “Kiev” a “Kyiv”, quindi con preferenza per “Kyiv”. In quest’ultimo caso l’Accademia starebbe suggerendo esattamente l’opposto del consiglio a favore della forma russa ” Kiev” che l’ambasciatore le attribuisce.

Quindi, riassumendo, la Crusca non ha dato alcuna interpretazione pro “Kiev”, come invece scritto dall’ambasciatore Formosa. Viceversa, forse ha fornito uno spunto di segno contrario accennando all’uso di “Kiev” soltanto “in via subordinata”.

In realtà all’ambasciatore sarebbe convenuto, senza avventurarsi nel terreno del purismo linguistico, evidenziare onestamente una (non) scelta istituzionale del nostro stato, che nelle comunicazioni formali non si è adeguato al desiderio parimenti istituzionale dell’Ucraina circa l’utilizzo delle forme ucraine dei propri toponimi. Basti guardare anche soltanto all’attuale denominazione della pagina internet dell’ambasciata (“Ambasciata d’Italia Kiev”) e della mail di contatto (“ambasciata.kiev@esteri.it”).

Tra l’altro non pare fuori luogo sottolineare che la Crusca, a firma del linguista Enzo Caffarelli, si è espressa sullla querelle in un contributo del 2020, quindi prima dell’invasione dell’Ucraina e quindi senza poter tener conto dell’attualità dell’elemento geopolitico, fattore che in generale senz’altro non governa la toponomastica, ma nemmeno può essere ignorato dagli esegeti di una disciplina che imprescindibilmente è soggetta ad una componente di passività derivante dall’incidenza dei desiderata delle istituzioni pubbliche, soprattutto in caso di eventi di importanza sociale ad un tempo enorme ed abnorme come quello rappresentato dalla guerra in corso. Per tale ragione la posizione citata della Crusca su Kyiv-Kiev appare oggi semplicemente vecchia (un’analoga e più risalente consulenza di Vittorio Coletti, del 2015, sull’accentazione della parola “Ucraina” è invecchiata molto meglio, di sicuro anche perché più strutturata e documentata). E senza nemmeno la necessità di approfondire altre ragioni, quelle del diritto internazionale e del galateo diplomatico, ovvero il rispetto della volontà espressa da uno stato aggredito circa la denominazione da usare per la propria capitale.

Dunque facciamo soltanto un accenno – altrimenti pare di infierire contro ambasciata, ambasciatore e pure ministero – ad alcune autorità che si sono espresse prima della nostra Crusca:

da anni l’United Nations Group of Experts on Geographical Names riconosce ufficialmente la forma Kyiv nei caratteri latini;

nel 2018 il ministero degli esteri ucraino ha promosso la campagna “KyivNotKiev” (si trovano vari riferimenti anche soltanto leggendo su wikipedia, ancor più nella pagina in lingua inglese, con specificazioni sulle scelte di vari stati);

nel 2019 lo U.S. Board on Geographic Names ha cambiato ufficialmente il nome della capitale dell’Ucraina da Kiev a Kyiv.

In sintesi pare di potersi concludere che per evitare questa gaffe di diplomazia linguistica della rappresentanza italiana in Ucraina, tanto più grave in quanto ribadita e argomentata (classico caso di pezza peggiore del buco), bastava usare un po’ più di attenzione o anche soltanto un po’ più di coraggio.

Elias Canetti scriveva: “Nell’oscurità le parole pesano il doppio”. Anche nell’oscurità della guerra.